Distribuivamo volantini che descrivevano le imprese dei nostri compagni più anziani: una bomba gettata in mezzo alla folla di un mercato arabo, o l'uccisione di un ufficiale di polizia che aveva torturato un ragazzo trovato in possesso di armi. Quando, nel maggio 1939, gli inglesi pubblicarono il Libro bianco (White Paper), che poneva fine all'immigrazione ebraica chiudendo l'ultima via di salvezza agli ebrei che ancora riuscivano a fuggire dalla Germania nazista, facemmo dimostrazioni contro di loro e bruciammo gli uffici del governo.

Era una grande vita. L'arresto e la tortura ci aspettavano dietro ogni angolo, ma vivevamo ogni minuto sapendo di essere nel giusto. La vita aveva un significato, uno scopo. Se chiudo, gli occhi posso ancora vedere centoventi ragazzi e ragazze che in una cantina dalle pareti nere, in piedi sull'attenti dietro i loro fidati ufficiali (impiegati e commessi nella vita civile) cantano - a voce bassa, in modo che nessun suono si oda fuori della stanza - l'inno dell'Irgun:

Noi siamo soldati sconosciuti, senza uniformi, attorno a noi solo tenebre e morte,

siamo entrati nell'esercito per tutta la vita, solo la morte ci sottrarrà alle sue file...

Ma ad un certo punto, in modo del tutto improvviso, il nostro mondo ci cadde in pezzi: l'Irgun si scisse.

Cominciata con uno scontro di personalità, la frattura divenne ben presto un contrasto di princìpi e degenerò rapidamente in un'orgia di ingiurie reciproche, del tipo che solo una battaglia interna ad una famiglia o ad una setta può produrre. I nomi dei capi sconosciuti vennero fuori d'un colpo - Raziel, Stern -, e ognuno accusava l'altro di essere fascista, agente degli inglesi, traditore e spia della polizia.

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