struire). Muovendo da questa ipotesi, il problema assumeva l'aspetto di un enorme trasloco, nel senso più vasto: una volta creata una patria ebraica in Palestina, tutti gli ebrei ■- o almeno la maggioranza di essi - sarebbero andati a vivere nello Judenstaat concepito da Herzl.

La storia ha dimostrato l'erroneità di tale teoria. Uno Stato ebraico è stato effettivamente costruito in Palestina, ma la grande maggioranza degli ebrei non ha manifestato alcuna trascinante inclinazione a trasferirvisi. A due milioni e mezzo assommano coloro che si sono sistemati - in massima parte sotto la pressione di una forza maggiore - in ciò che ora è lo Stato d'Israele. Ma gli altri (parecchi milioni), che non erano soggetti a forme di persecuzione fisica, sono rimasti dov'erano. L'immigrazione è prossima a un punto morto; rimane in dubbio soltanto l'atteggiamento degli ebrei sovietici, cui non è consentito di lasciare il paese.

A quanto pare, dunque, l'ebraismo mondiale non è una nazione, nel senso sionista. L'emergere di questa verità avrebbe significato il fallimento dell'esperimento sionista, se nel frattempo non fosse successo qualcosa di totalmente imprevisto: la nascita in Palestina di una nazione nuova.

Guardando indietro, ciò appare oggi altrettanto inevitabile della scoperta del Nuovo Mondo da parte di Colombo, una volta che la sua piccola flotta aveva salpato dalle spiagge d'Europa mettendo il timone a ovest. Trasferite centinaia di migliaia di persone in una terra straniera - nuovo clima e nuovo paesaggio - dove si parla una lingua risorta a nuova vita e dove sia l'ambiente fisico che l'organizzazione politica pongono problemi nuovi, e avrete costruito lo scenario che vedrà sorgere una nuova società. Se si sente come intrinsecamente unitaria e legata a un comune destino politico, questa nuova società diventa

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