a mio giudizio è l'unica praticamente attuabile) un problema riguardo al quale la cristallizzazione dei sentimenti religiosi e nazionali rende impossibile ad ambedue le parti di fare marcia indietro.

L'accordo federativo dovrebbe essere preceduto da un patto economico, politico e militare, il quale avrebbe il compito di salvaguardare la sicurezza militare di Israele vietando ad eserciti stranieri di entrare nel territorio palestinese (tale obiettivo potrebbe essere concretamente garantito da un sistema di coordinamento militare tra gli eserciti di Israele e della Repubblica di Palestina, secondo il modello della Nato o del patto di Varsavia). Esso dovrebbe inoltre unificare l'economia di una regione che è stata un'entità economica unitaria dall'alba della storia sino al 1948, compresi i duecento anni dello Stato crociato. Infine, esso dovrebbe creare una qualche forma di collegamento politico, stabilendo, ad esempio, che né Israele né la Repubblica di Palestina possano entrare a far parte di un'alleanza straniera senza il consenso del partner federale. Questo è il minimo indispensabile, che potrebbe ampliarsi, gradualmente e per mutuo consenso, in un vincolo federativo più profondo e sostanzioso una volta che la Palestina araba abbia raggiunto, in campo economico e sociale, il livello di Israele.

Tale è il piano che il governo d'Israele dovrebbe proporre alla nazione arabo-palestinese (intendendo compresi in questa sia coloro che risiedono nei territori ora occupati dall'esercito israeliano sia coloro che ne stanno al di fuori, e cui deve essere concessa la facoltà di tornare).

Contro questo progetto sono stati sollevati molti dubbi e obiezioni. Alcuni dei miei amici arabi temono che una tale Repubblica di Palestina sarebbe indipendente soltanto di nome, divenendo in realtà una specie di Bantustan, analogo alle riserve negre cosiddette

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