appena i cingoli avevano cominciato a mordere la strada. I soldati dei cingolati sorridevano, gridando imprecazioni scherzose e aprendo le dita nel segno della vittoria ai compagni dei carri armati, i quali rispondevano sullo stesso tono. Un giovane comandante di carro mi riconobbe e levò tre dita anziché due. Il gesto rappresentava la prima lettera della parola ebraica shalom, cioè pace, ed era stato il simbolo della mia campagna elettorale. C'era qualcosa di stranamente appropriato in questo gesto di un giovane soldato, che fa un segno di pace mentre va a quella che certamente è la sua prima battaglia. Ma quel giorno tutti pensavano che eravamo nuovamente in guerra per ottenere la pace.

Dopo molte deviazioni raggiunsi la Kenesset, e trovai il nuovo, imponente ma un po' truce edifìcio sotto un pesante bombardamento (l'unico parlamento al mondo - mi venne in mente - situato ad un miglio dall'artiglieria nemica). Le granate cadevano vicine, e, dopo una breve riunione in cui furono approvati alcuni disegni di legge concernenti gli stanziamenti per la guerra, fummo mandati nel rifugio antiaereo. Qui un amico, confidente del primo ministro, mi sussurrò la notizia che l'aviazione nemica era già stata praticamente annientata. Questo significava che la guerra era stata vinta prima ancora di cominciare. Il nostro stato d'animo passò dalla preoccupazione più profonda ad una gioiosa contentezza: la prospettiva di una guerra, lunga con migliaia e migliaia di vittime, era sostituita da quella di una vittoria lampo.

Non racconterò la storia di questa guerra. Le sono già stati dedicati alcuni libri, e molti altri seguiranno. Vorrei invece descrivere brevemente gli eventi che vi condussero, non per rivelare fatti nuovi, ma piuttosto per mostrare che questa guerra è avvenuta, come l'azione di una tragedia greca, senza che

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