con la sincerità. Moshe Dayan non dice mai il suo vero pensiero. Non è un problema di verità o menzogna; vero e falso non c'entrano per nulla con i suoi discorsi, i quali non hanno per scopo il rispecchiamento di una realtà qualsiasi, oggettiva o soggettiva che sia. Dayan utilizza la parola come ogni altra arma, cioè allo scopo di ottenere ciò che, in ogni momento dato, gli preme di ottenere.

I vecchi dirigenti sionisti, formatisi in una tradizione diversa, sono sconvolti da questo suo tratto. Dopo la guerra Meir Yaari, il vecchio leader del Mapam, accusò pubblicamente Dayan di averlo ingannato. Yaari affermò che il suo partito non avrebbe mai autorizzato l'inclusione di Dayan nel governo se questi non lo avesse convinto di essere contrario ad ogni azione offensiva nei confronti degli arabi. Ovviamente tra una tale dichiarazione (resa probabilmente da Dayan nel suo abituale tono netto e reciso) e il suo vero pensiero non c'era alcun nesso. Egli non intendeva certo diventare ministro della Difesa per assistere a delle parate, ma se per mettere le mani su questo fondamentale centro di potere occorreva assicurare Meir Yaari sui propri sentimenti pacifisti, ebbene, ecco l'assicurazione. Non si sarebbe mai sognato di dire a Meir Yaari il suo vero pensiero più di quanto l'avrebbe detto allo stesso Nasser. Naturalmente utilizzare le parole per nascondere il pensiero è proprio degli uomini politici di tutto il mondo. Ma in genere la cosa risponde a un fine, mentre per Moshe Dayan si tratta di un fenomeno totalmente diverso, e cioè di un profondo bisogno di nascondere qualunque cosa pensi, non importa se l'inganno sia una necessità oppure no.

Questa mancanza di ogni rispetto per le parole deriva da un'altra e più fondamentale caratteristica, che è forse la chiave dell'intera personalità: una

completa incapacità di comunicare con i propri simili.

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